La rivolta è stata domata, anche grazie al fatto che fra i rivoltosi vi era un infiltrato; al suo capo è stata salvata la vita perché possa essere esibito come perdente davanti a tutti i giocatori. La democrazia è ristabilita: si vota regolarmente e, come prevedibile, stravincono quelli che vogliono continuare il gioco. Lo spettacolo può continuare, arrivano i vip che pagano per potere assistere ai giochi, ma prima di tutto c’è un messaggio politico rivolto ai giocatori, che dovranno passare fra i cadaveri dei rivoltosi sconfitti appesi al soffitto, mentre una voce spiega che quello è il trattamento per i violenti che non rispettano la democrazia…Ci ricorda qualcosa?
Il primo gioco della terza stagione consiste in una sorta di nascondino, dove chi cerca dovrà trovare e ammazzare almeno una persona. I vip assistono allo spettacolo dei poveri che si scannano, scommettono, e potranno a loro volta andare a uccidere chi non è riuscito a trovare e ammazzare nessuno. L’organizzazione è garantita da manager (si chiamano proprio così!) e soldati. Vip, manager e soldati sono tutti mascherati. Le scommesse ci ricordano la borsa: anche lì si possono fare soldi stando comodamente seduti a contemplare le disgrazie altrui.
Nei giochi successivi si approfondisce il tema della farsa democratica, e ciò è significativo, dato che la Corea del Sud è approdata a una sorta di democrazia parlamentare in stile occidentale solo nel 1987. La disillusione è totale: il voto è manipolato, ciò che esce dalle urne rappresenta l’alibi per coprire qualsiasi crimine. Gli stessi “elettori” giustificano le loro infamie, i loro comportamenti più abietti, cercando di richiamare il verdetto delle urne e colpevolizzando chi è risultato minoranza. Sembra di assistere al teatrino della politica nostrana, invece siamo davanti a una sorta di campo di concentramento, dove le vittime sono, però, entrate volontariamente, per bisogno di denaro, perché ricattati dal sistema sociale in cui vivono. Questa è l’essenza del capitalismo, che tendenzialmente impone tutto mediante meccanismi impersonali e apparentemente democratici, nutriti dalla disuguaglianza e dallo stato di necessità, vissuti come ordine naturale. Una volta entrati nel campo sono divenuti complici: a fianco della necessità si è fatta prontamente strada l’avidità. Le stesse scritte sui muri ricordano lo stile dei campi di concentramento: dove si svolge l’ultimo gioco mortale, per esempio, campeggia la scritta: “La sicurezza innanzi tutto”.
Negli ultimi capitoli si manifesta in modo sempre più chiaro lo scontro fra umanità e disumanità, fra uomini e no. Gli umani sono ancora in grado di compiere gesti altruistici, anche estremi, i disumanizzati no. Non a caso il Front man, che sovraintende i giochi, chiederà insistentemente al protagonista: “Credi ancora nell’umanità?”, offrendogli di salvare sé stesso e i suoi protetti sgozzando i nemici nella notte. Proprio il testardo perseguimento di scelte altruistiche da parte di pochi riuscirà ad aprire una piccola breccia e fare, infine, compiere al Front man dei gesti umani. Tuttavia, il cambiamento di pochi singoli non può mutare il sistema, che si nutre di un meccanismo indipendente dalle volontà dei singoli; nell’ultima scena si scoprirà che il gioco è presente anche in altri paesi: non ha confini come il capitale.










