La seconda stagione della serie sudcoreana Squid game non ha riscosso il successo della prima. Le critiche l’hanno bollata come un raccordo in attesa della terza, poco originale, ripetitiva. Io trovo, invece, che venga accentuato il contenuto politico: abbondano le metafore del funzionamento spietato del capitalismo, che risultano forse fin troppo didascaliche.
La prima è data proprio dal gioco. Una delle caratteristiche della società contemporanea è la ludificazione. Si tende sempre più a presentare il lavoro come un gioco (per esempio nei magazzini Amazon è possibile partecipare a un videogioco che si basa sul numero di ordini portati a termine), e così pure la guerra, l’allenamento, gli investimenti finanziari (giocare in borsa, per l’appunto), l’apprendimento.
Il dormitorio dei concorrenti è sovrastato da un enorme porcellino trasparente pieno di soldi. Le loro vite sono letteralmente dominate dal denaro: un premio che aumenta dopo la conclusione di ogni gioco e che rappresenta l’incentivo a giocare ancora, a tentare una volta ancora la sorte. Per molti un premio accresciuto potrebbe rappresentare la soluzione delle proprie vessazioni: debiti da risarcire, spese mediche da affrontare, ecc. E così in molti accettano di mettere in gioco la propria vita, come accade normalmente nel capitalismo, che consuma le nostre esistenze mediante un gioco spesso letale, come mostrano i quotidiani incidenti sul lavoro e le malattie professionali.
I concorrenti di Squid game accettano di essere protagonisti di un macabro spettacolo offerto a un piccolo pubblico di plutocrati che, in cambio di soldi, ha il privilegio di assistere alla morte dei più deboli, dei meno scaltri, dei meno fortunati. Ecco un’altra allegoria: quella che ci viene quotidianamente presentata come meritocrazia è in realtà una corsa disperata nella quale contano diversi fattori, non certo solo competenze e qualità individuali, e inoltre le regole risultano spesso truccate. Chi perde è perduto. Lo spettacolo delle vittime completamente asservite ai loro carnefici, ci fa, peraltro, immediatamente pensare a quanto sta emergendo dagli Epstein files.
Il contesto in cui si svolgono i giochi, in questa seconda stagione, è apparentemente democratico: alla fine di ogni gioco i partecipanti decidono a maggioranza se continuare, facendo accrescere il premio che verrà intascato dai sopravvissuti, o smettere, salvando le vite di tutti i sopravvissuti alle tornate precedenti, ma garantendosi così una vincita più modesta. Altra allegoria: una democrazia formale offerta a persone in stato di necessità, e quindi in realtà per niente libere: a questo sono ridotte le cosiddette democrazie occidentali. Quando lo stato di necessità non basta, subentrano le tecniche di manipolazione del consenso: gli organizzatori vogliono che il gioco continui, col suo tributo di sangue (generosamente mostrato).
Il creatore della serie, Hwang Dong-hyuk, ha esplicitamente dichiarato che era sua intenzione rappresentare la brutalità del capitalismo sudcoreano, uno dei paesi che, in un contesto formalmente democratico, ha spinto più avanti la brutalità dello sfruttamento. Nella prima stagione non mancavano i riferimenti politici: per esempio due concorrenti ricordavano i tempi delle grandi ondate di scioperi e di scontri di piazza degli anni Ottanta, che portarono alla caduta della dittatura militare. Purtroppo il dibattito che si sviluppò in seguito al grande successo di pubblico non colse tutto ciò, fu estremamente superficiale, incentrato soprattutto sulla violenza psicologica, sulla crudezza delle immagini e sull’efficacia della scenografia.
Senza voler anticipare nulla sulla conclusione provvisoria, possiamo dire che l’attesa dell’arrivo dei nostri – per il protagonista come per noi! – si rivela inutile. La falsa democrazia manipolata non concede alcuno spazio e garantisce solo la prosecuzione del gioco letale. Resta solo la ribellione, i cui tempi e modi difficilmente possono essere decisi dai ribelli. La fine della seconda stagione ci lascia con lo stesso ottimismo che proviamo verso lo scenario internazionale attuale, ma sappiamo che ce ne sarà una terza. Il futuro non è scritto!










