Un virus si aggira per il mondo: il virus del comunismo! La serie Pluribus ci presenta un’umanità in preda a ciò che il comunismo è nella testa degli anticomunisti di qualunque tipo: la negazione dell’individuo, l’abolizione della proprietà privata (anche di quella individuale, non solo dei mezzi di produzione), la comunanza delle donne e degli uomini e infine il cannibalismo (i comunisti mangiano i bambini, com’è noto). Tutto questo per colpa, o merito, delle istruzioni per un codice genetico inviate sulla Terra da un pianeta, distante 600 anni luce, mediante onde radio e replicate da degli studiosi ignari delle conseguenze. Fin qui si tratta di una trama simile a uno sceneggiato della BBC dei primi anni Settanta (allora non si chiamavano ancora serie): A come Andromeda, con la sola differenza che il codice, in quel caso, permetteva di riprodurre un’extraterrestre con sembianze di donna.
Il virus di Pluribus ha l’effetto di connettere i pensieri, le sensazioni, le informazioni, le competenze, di tutti gli umani, abolendo con ciò le individualità. Anche questo ci potrebbe far pensare a Marx e al suo general intellect, anche se probabilmente l’autore aveva in mente l’intelligenza artificiale. Una conseguenza è che gli esseri umani non parlano più di sé stessi in prima persona singolare, ma utilizzano il pronome “noi”. Dormono in grandi dormitori per risparmiare energia, tutto sembra essere collettivizzato, non possono uccidere né animali, né vegetali (negli ultimi anni i comunisti sarebbero pure tutti almeno vegetariani e per la decrescita felice), e pertanto si nutrono fondamentalmente di cadaveri, anche umani (e non solo bambini!), opportunamente trattati. Il fatto che desiderino la felicità altrui, e non possano tollerare la violenza, non gli permette di costringere le sole 13 persone rimaste immuni su tutto il pianeta a unirsi a loro. Anzi, dovendole rendere felici, si mettono a loro completa disposizione per soddisfare ogni loro desiderio.
La protagonista, una scrittrice di romanzi di successo (sembra di capire di romanzi idioti di successo), è una dei 13, è molto gelosa della propria individualità, ed è determinata a resistere e, anzi, a trovare un modo per curare il resto dell’umanità dal terribile morbo. Personalmente non capisco perché, una volta tanto che il personaggio principale è una donna lesbica, la si debba caricare di una tale serie di lati negativi da renderla decisamente odiosa. Davanti alla disarmante gentilezza, alla indefettibile premura degli “infettati”, lei reagisce sempre in modo isterico, furioso, irrazionale: insomma, tutti gli stereotipi con cui nei secoli sono state stigmatizzate le donne conflittuali, in special modo se lesbiche. Il finale della prima stagione porta con sé una sorta di sospensione del giudizio su quelli che sono stati tacciati dalla protagonista come “svitati”, ecc., perché lei stessa riconosce che sono pacifici e perseguono la felicità. Ciò nonostante l’imperativo per la seconda stagione sarà quello di “salvare il mondo”.
Intendiamoci: nulla nella serie fa esplicito riferimento al comunismo, e non ci viene spiegato come il mondo stia praticamente funzionando: chi e come produce, con quali indicazioni, e tutti quei dettagli che si chiamano economia mondiale. Vedremo se la seconda stagione ci fornirà maggiori informazioni: per ora io mi sento, al di là delle battute, di affermare che uno degli elementi più interessanti stia proprio nello stimolare riflessioni riguardo ai rapporti che intercorrono fra individuo e società, fra individualismo e collettivismo, fra identità e alienazione. Il comunismo dovrebbe portare al massimo sviluppo delle soggettività proprio in un contesto di massima collettivizzazione e condivisione, e cioè una prospettiva opposta a quella che Pluribus sembra suggerire. Ciò che l’accomuna, a mio parere, seppur lontanamente, al mio romanzo Miss 20 è invece una riflessione più generale sulla disponibilità a rinunciare alla nostra identità e individualità per avere in cambio benessere, sicurezza e finta felicità. Si tratta di una chiave di lettura esattamente opposta: il “virus”, in questo caso, sarebbe quello del capitalismo. Anche in questo caso la metafora funziona fino a un certo punto: il capitalismo di benessere e di sicurezza ne offre sempre di meno, come possiamo constatare.










