IL PAESE PIÙ BELLO DEL MONDO

In un’epoca storica in cui tutto è messo a valore, anche i luoghi comuni, una banda di post fascisti intrallazzatori e corrotti si impossessa del potere politico in Italia e decide di trasformare le città d’arte in parchi a tema. Tranquilli: non siamo nel 2026, ma nel 2032, e si tratta di una sorta di spy-story distopica (Luca Zorloni, Il Paese più bello del mondo, Bookabook, 2024).  Al di là della trama avventurosa godibile, il contesto è ciò che rende più interessante il romanzo: un paese impoverito, deindustrializzato, dove gli ultimi avanzi da spolpare sono le vestigia del passato. L’overturism, da problema di sempre più difficile gestione, si è trasformato in un fenomeno da incoraggiare. Esso non snatura le città che ne vengono investite, perché rappresenta la loro unica linfa vitale: esse non hanno più una vita propria, tutto ciò che vi accade è pura rappresentazione finalizzata all’economia del turismo. Un sistema politico ancora formalmente democratico (il rito del segno della croce ogni 5 anni non pare essere stato ancora abolito) è riuscito a imporre, forse mediante apposito ddl, che tutti gli abitanti dei parchi turistici si vestano rigorosamente in costume d’epoca. I parchi sono gestiti da una grande azienda concessionaria, la Fiamma. Il protagonista, Annibale Manin, è un emblematico laureato precario (o precario della conoscenza, come va più di moda dire), che alterna frustrazione a residue speranze di promozione sociale. Si tratta della tipica falsa coscienza di chi detesterebbe il regime, ma non al punto di combatterlo giocandosi le residue speranze di carriera al suo interno. Il labile equilibrio regge fino a quando non sopraggiunge un evento del tutto imprevisto. A opporsi al sistema è invece una fantomatica organizzazione clandestina, l’orwelliana Rete, che per tutto il romanzo non si capisce se sia a sua volta una creatura del potere o una genuina banda armata.

Dopo aver visto all’opera la costosa idiozia metropolitana di Milano-Cortina, non risulta così difficile immaginare un parco Pompei con finta eruzione del Vesuvio, o una Roma con spettacoli gladiatori. Il turismo, che per anni in tanti ci hanno magnificato come il vero petrolio del Belpaese, risorsa per uno sviluppo eco-sostenibile, si rivela sempre più come un’industria a basso valore aggiunto, ma estremamente inquinante e inflattiva. Una piaga che rende le città economicamente insostenibili per i residenti, deprivate di una loro vita e una loro cultura originali, attraversate da mandrie alla ricerca di selfie ed eventi. E, infatti, nel romanzo di Zorloni ogni parco turistico offre anche e soprattutto degli eventi: imperdibili, da provare almeno una volta nella vita.

Nel frattempo, però, il capitalismo europeo sembra avere abbracciato il keynesismo militare, per cui forse l’economia di guerra ci risparmierà i parchi turistici a tema…ultimamente sembra operare una legge aurea delle distopie, che prevede che esse siano regolarmente superate da distopie peggiori.

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