IL FUTURO

Inizio con questo post a recensire alcuni romanzi, serie e film che, per vari motivi, ritengo abbiano dei punti di contatto con le storie che invento io. Ciò non significa che si tratti di prodotti che consiglio: semplicemente li utilizzerò per proporre alcuni spunti di riflessione. Per questo motivo premetto due avvertenze: 1) non sono un critico letterario, quindi mi esprimerò il meno possibili su aspetti stilistici, sulle tecniche narrative, ecc., ma proverò a indagare gli elementi ideologici contenuti, 2) pur non rivelandone la conclusione, dovrò talvolta fare riferimento a sviluppi narrativi che un lettore o uno spettatore potrebbe preferire ignorare fino al termine della lettura o della visione.

Il futuro (Naomi Alderman, 2023) è un romanzo distopico e, per alcuni versi, utopico allo stesso momento. Come accade nei miei romanzi, l’epoca in cui è ambientato è un futuro molto prossimo e la distopia consiste nello sviluppo di elementi già caratteristici del nostro presente. Nella fattispecie, si tratta delle catastrofi ambientali e del potere sempre più pervasivo delle multinazionali hightech, con la conseguente concentrazione di ricchezza nelle mani di una manciata (in questo caso tre) padroni-demiurghi.

La lunga, intricata, spesso discontinua, narrazione è la storia di una rivoluzione, ma non nel senso che delle masse, di qualsivoglia tipologia e collocazione di classe, etnica, geografica, si ribellano a una condizione di oppressione crescente e di manipolazione, che sta portando il mondo alla catastrofe. La rivoluzione è piuttosto una sorta di golpe, risultato di un piano complicatissimo, escogitato da un gruppo composto quasi esclusivamente da donne tutte contigue al sistema di potere dei tre plutocrati.

L’orizzonte ideologico in cui si muove l’autrice è il seguente. L’unica possibilità di cambiamento è dall’alto. Siccome la tecnologia è sempre più potente, pervasiva e concentrata in pochissime mani, si tratta di controllarla per utilizzarla per il bene dell’umanità, e ciò può avvenire solo se un manipolo di donne coraggiose, intelligenti e dotate di una coscienza riescono a spodestare gli avidi proprietari e -attenzione- non a democratizzarne l’accesso, ma semplicemente a garantire una nuova gestione illuminata. Ecco come si muove la leader della rivoluzione/complotto appena diventata Ceo di una delle Big Tech: “Faceva ingenti donazioni in denaro a delle buone cause…Il ramo dei servizi web venne trasformato in una fondazione fi beneficenza, con tutti i profitti destinati alla tutela delle aree naturali del pianeta…”. Parafrasando Keynes: l’eutanasia del capitale. E per ottenere questo risultato basta soppiantare tre padroni cattivi, ad averci penato prima!  Del resto, Naomi Alderman, non sembra essere interessata più di tanto al contesto socio economico, al capitalismo e, forse, come molti, ne ignora pure l’esistenza.  

Uno dei pregi del romanzo consiste nell’attenzione dedicata ai meccanismi tecnologici di manipolazione, dei quali la cosiddetta gamificazione (meglio ludificazione) è parte integrante e fondamentale. L’autrice conosce molto bene il tema perché lavora per un noto gioco di fitness: Zombies run! Il suo ideatore, Adrian Hon, ha scritto un saggio molto interessante sul tema (La società della ricompensa, Luiss University Press, 2024), e sembra, al contrario, perfettamente consapevole dell’esistenza del capitalismo e delle sue logiche. Alderman ci aiuta sì a capire alcune tecniche che ci guidano e ci manipolano nella rete, ma, a sua volta, costruisce una trama che pare troppo spesso concepita come giustapposizione di pezzi di videogioco.

Quando non sono in azione, le eroine non assomigliano, vivaddio, agli uomini tutti d’un pezzo di molti romanzi di avventura, ma sembrano purtroppo interagire come le protagoniste di romanzi rosa, lessico a parte. Evidentemente non basta mettere al centro della narrazione delle donne, di cui una lesbica e una non binaria (utilizzo questo ennesimo calco linguistico anglofilo giusto per intenderci) per ottenere complessità relazionale e spessore psicologico, come del resto non basta eliminare Mark Zuckerberg, Elon Musk e Tim Cook per risolvere le contraddizioni epocali in cui ci ha cacciati il capitalismo.

Rimane, infine, la satira, in particolare dei tre figuri di cui sopra. In un mondo in cui sembra non si possa più ridere del Principe, Alderman prova a metterli a nudo (in alcuni casi in senso letterale), benché sotto mentite spoglie, e a far ridere di loro.

Da quando la critica letteraria è diventata una branca esternalizzata della promozione dell’industria culturale, è difficile trovare delle critiche negative, e pertanto mi ritrovo a essere, ancora una volta, controcorrente nel mio scarso entusiasmo per questo romanzo. In conclusione, a me pare che l’autrice abbia sprecato un’idea forte, che avrebbe permesso delle riflessioni di ben altro spessore sul futuro, o sui futuri possibili.

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